Lenti a contratto

Preliminare condizionato alla concessione del mutuo: aspetti problematici

La Corte di Cassazione si è recentemente tornata ad occupare di una clausola sempre più diffusa: quella che condiziona l’efficacia di un preliminare di vendita immobiliare alla concessione del mutuo.
Si è discusso se si tratti di una clausola nulla, in quanto meramente potestativa.
E’ l’occasione anche per chiarire quale sia la sorte della provvigione dell’agenzia immobiliare quando il mutuo non venga concesso.
E pure per una riflessione sul modo di scrivere la clausola.
Il tutto in questo mio breve video


Rent to buy e alternative: strategie del giurista


Il mercato immobiliare comincia a restituire qualche segnale positivo ma, senza voler raffreddare l’ottimismo, va segnalato che: 1) i progressi vengono pur sempre parametrati sugli ultimi, disperanti anni. Si è interrotta la caduta ma è prematuro parlare di vera ripresa; 2) l’incremento delle compravendite concerne essenzialmente alcune specifiche metrature e determinati livelli di prezzo; 3) perdura una certa distanza fra la domanda e l’offerta, e un venditore che non si trovi in condizione di estrema necessità non è disposto ad accettare un’ulteriore svalutazione del suo immobile; 4) il ricorso a forme alternative di trasferimento, legate al pagamento differito del prezzo, rimane una strada praticata assai marginalmente.
Su questo punto (che è in qualche modo collegato a tutti gli altri) voglio brevemente soffermarmi, partendo da una considerazione strettamente giuridica. L’articolo 23 della legge del d.l. 133 convertito in legge 164/2014 ha introdotto l’istituto del contratto di godimento degli immobili in funzione di successiva alienazione. Idealmente, si tratta di una regolamentazione a sostegno del rent to buy, prassi che si era diffusa negli ultimi anni e che solo in minima parte riproduceva le dinamiche del cosiddetto affitto con riscatto.
Non voglio qui soffermarmi sulla tipologia di questo contratto né sulle notevoli fragilità: quel che mi preme constatare è che nella prassi contrattuale si tende a considerare esistente quell’unico modo di approssimarsi al differimento del prezzo modo che, a seconda del livello culturale del parlante, viene qualificato come rent to buy oppure affitto con riscatto.
In realtà, rent to buy e affitto con riscatto sono ben differenti tra loro, e nessuno dei due si identifica con la fattispecie dell’articolo 23. Più esattamente, esiste una vasta famiglia di costruzioni contrattuali riconducibile al rent to buy, e di queste la cessione del godimento in vista della futura alienazione costituisce solo un tipo, non sempre necessariamente il più competitivo. In dottrina, allo schema del rent to buy sono stati aggiunti quello dell’help to buy e quello del buy to rent, ma senza perderci nel torrente di anglismi (talvolta sconosciuti al mondo anglosassone, dal quale si immagina che provengano) basti qui dire che le parti possono orientarsi in un’infinità di gradazioni in mezzo ai due poli opposti della locazione con opzione di acquisto e della compravendita dell’immobile con trasferimento immediatamente efficace ma sottoposto alla condizione risolutiva di mancato pagamento del prezzo.
Riservandomi di delineare prossimamente alcune peculiarità di queste ipotesi, intendo qui fermarmi alla loro soglia con una piccola tabella che solo apparentemente si discosta dal profilo giuridico.La mia sensazione è che sarebbe più agevole indirizzare i venditori verso il differimento del prezzo (sbloccando un buon numero di trattative) se il giurista (di concerto con il mediatore, ove presente) si prendesse carico di individuare esattamente i bisogni specifici delle due parti e di conciliarli, scegliendo la soluzione tra quelle più appropriate. So bene che l’interpretazione della volontà delle parti e la sua traduzione giuridica sono la base della funzione di adeguamento, che è addirittura un dovere del notaio. Qui però siamo oltre la funzione di adeguamento e siccome ci siamo “piegati” alla profusione di termini anglosassoni per approssimarci al pagamento differito mi permetterò di ricorrere a un’espressione che precisamente fotografa quanto intendo, ovvero il problem solving.
Che il giurista debba assumere un atteggiamento di problem solver è ormai oggetto anche di produzione didattica. Il problem solving impone di andare oltre un’onesta ricostruzione della volontà individuale per verificare se essa si stia formando correttamente anche dal punto di vista cognitivo. In effetti il problem solving comprende anche acquisizioni proprie della finanza comportamentale, ovvero della scienza sociale che studia il modo in cui i soggetti prendono le decisioni e spiega quali siano le distorsioni che le allontanano dallo stereotipo dell’uomo quale agente razionale.
L’atteggiamento più corretto non è dunque seguire il cliente o chi lo assiste nella sua intenzione astratta di sottoscrivere un rent to buy e limitarsi a introdurre qualche variante dentro tale schema (operazione spesso frustrata dall’insuccesso), bensì dimenticare per un attimo i modelli giuridici e porre i clienti (che in questi casi più che mai sono due, venditore e compratore: le cautele e i bisogni da tutelare all’interno di un contratto che sarà sempre parzialmente di durata sono di entrambi) di fronte alla valutazione incrociata dei fattori che davvero corrispondono ai loro bisogni e aspettative. E solo successivamente farli calzare con lo strumento giuridico che meglio li coordina e valorizza.
Qui di seguito, dunque, elenco i sei fattori che considero essenziali. Per una volta, insomma, non un approccio strettamente giuridico (su quale tornerò in testi successivi). E però l’approccio che dovrebbe seguire un giurista problem solver.
Prossimamente entrerò nel dettaglio giuridico di alcune soluzioni.


TRUST: LE DIECI SENTENZE PIU’ IMPORTANTI DEL 2017


  1. Corte di Cassazione 27/1/2017 n. 2043 sul pignoramento e la trascrizione immobiliare

  2. Per importanza pratica, sicuramente la sentenza dell’anno. La Suprema Corte ha dichiarato la nullità di un pignoramento che colpisca beni immobili prospettati nella formale e separata titolarità di un trust, richiamando soprattutto la nota di trascrizione quale scorretto elemento identificativo. La sentenza afferma che “la continuità delle trascrizioni presuppone comunque l’esistenza dei soggetti cui esse si riferiscono tanto che in difetto di corrette generalità identificative non si producono effetti nei confronti dei terzi ed a favore di chi la formalità esegue”. In altre parole, la Cassazione (sulla scorta dei principi elaborati in materia di nullità della citazione in giudizio del trust in luogo del trustee) dichiara la trascrizione della dotazione non opponibile ai terzi se effettuata “a favore” del trust: su questa base i creditori posteriori del disponente potrebbero aggredire i beni trasferiti al trust. Una bella tegola per quelli che (secondo me un po’ imprudentemente) hanno trascritto (e anzi, sono riusciti a far imporre alle conservatorie di trascrivere) a favore del trust anziché del trustee.


  3. Commissione Tributaria Provinciale di Pesaro 3.3.2017 sulle imposte fisse

  4. Le commissioni tributarie mostrano di recepire il cambio di orientamento della Cassazione giunto alla fine del 2016 e accolgono i ricorsi dei contribuenti contro gli avvisi di liquidazione dell’Agenzia delle Entrate in caso di trust autodichiarato. In realtà, in molte decisioni, inclusa questa della commissione pesarese, la posizione è ancor più radicale ed è che “l’intestazione dei beni a un trustee non comporta alcun trasferimento ma una cosiddetta situazione ponte in attesa della definitiva assegnazione ai beneficiari”. Le imposte, insomma, sarebbero fisse anche quando il trust non è autodichiarato. E’ una decisione come tante altre, ma quel che è significativo è che dopo il periodo d’incertezza determinato dalla chiusura della Cassazione la giurisprudenza tributaria è tornata ad allinearsi su questa posizione.


  5. Trib. Roma 11/11/2017 sull’autorizzazione all’amministratore di sostegno per un trust “Dopo di Noi”

  6. Primo provvedimento giudiziale a oltre un anno di distanza dalla Legge Dopo di Noi. Il Giudice Tutelare ha autorizzato l’amministratore di sostegno a istituire un trust a favore del figlio disabile dell’assistito. Guardando anche oltre il trust, la decisione rientra in quello schema evolutivo della volontaria giurisdizione favorevole ad atti non strettamente finalizzati alla stretta utilità dell’assistito ma prevedibilmente compatibili con la sua volontà in quanto espressione di solidarismo familiare. Nel caso specifico, il ruolo di trustee veniva assunto dall’altro fratello.


  7. Corte d’Appello di Milano 7/11/2017 n. 4638 sulla validità del trust autodichiarato

  8. Un buon esempio di come si debba sempre procedere oltre la lettura del dispositivo per comprendere il contenuto di una sentenza. La Corte d’Appello di Milano dichiara correttamente la nullità di uno di quei ridicoli trust autodichiarati in cui un disponente si nomina trustee del suo patrimonio del quale, in quanto beneficiario, continua a poter godere egoisticamente (salvo devolvere il fondo a qualcuno, se mai fosse rimasto qualcosa alla sua morte). Ma non è una pronuncia contro il trust autodichiarato che, anzi, si premette “istituto astrattamente valido e riconosciuto dall’ordinamento giuridico”.


  9. Trib. Cuneo 26/7/2017 sul familiare trustee

  10. Un segnale di svolta rispetto all’impostazione penalistica sulla simulazione del trust, che qualifica indizio torbido qualsiasi elemento di prossimità (persino professionale) fra disponente e trustee. Il Tribunale di Cuneo, dopo avere concluso in senso negativo l’accertamento sulla conservazione di poteri da parte del disponente di un trust di natura familiare, ha dichiarato che “la circostanza che sia stato nominato trustee un soggetto legato al disponente da rapporto familiare e di convivenza non può di per sé costituire solo elemento determinante ai fini della dedotta simulazione, soprattutto ove si consideri che la scelta del trustee nell’ambito della famiglia del disponente appare compatibile con lo scopo di un trust dichiaratamente istituito per soddisfare le esigenze dei figli del disponente”.


  11. Trib. Cassino 2/5/2017 e sproporzione tra il debito e l’asserita simulazione

  12. I giuristi seri devono dichiarare guerra ai trust posti in essere per sfuggire a crediti anteriori. Nemmeno però si può ricavare una sorta di incapacità giuridica dei titolari di situazioni debitorie passive a compiere un simile negozio giuridico. Così il Tribunale, nel respingere una richiesta di revocatoria, osserva che “vi è manifesta sproporzione tra il credito vantato di 26.726 euro e i cespiti immobiliari, non apparendo credibile che, a fonte del detto credito, si sia organizzato un così costoso meccanismo”.


  13. Trib. Cosenza 13/8/2017 su un’azione di revocatoria verso un fideiussorio

  14. Questa sentenza è di grande rilievo perché tra le prime a riconoscere che, in sede di azione revocatoria, non basta l’anteriorità del debito per desumere in capo al fideiussore la consapevolezza di arrecare danno al creditore. Così il Tribunale ha respinto la domanda del creditore perché non aveva provato la qualità di ex socio del fideiussore (e quindi rimaneva oscuro il ruolo di costui dentro la società debitrice principale) e nemmeno si era premurato di farlo parte della corrispondenza con la società, dalla quale emergevano il deficit e la difficoltà di esazione. Mi pare che il caso specifico sia stato influenzato da una certa sciatteria della produzione documentale da parte dell’attore, e si potrebbe altresì discutere sull’esistenza di un obbligo di diligenza informativa in capo non al garante ma in capo al creditore. Rimane il fatto che dalla fideiussione erano trascorsi otto anni, e che apparentemente il garante aveva perso i contatti con la società. Credo sia un’apprezzabile impostazione equitativa, nel caso del fideiussore, giudicare il requisito della scientia damni secondo le circostanze del caso concreto.


  15. Trib. Ragusa 3/3/2017 sull’ammissibilità di alcuni trust liquidatori

  16. Un argomentare giuridico raffinatissimo ed evolutivo. Il Tribunale contesta alla Cassazione il suo stesso punto d’ancoraggio: se la causa di un trust deve giudicarsi in senso concreto, come si può stabilire a priori la nullità di un qualsiasi trust liquidatorio? E ne trova una felice applicazione nel caso che segue: società facenti capo a due soggetti che conferiscono i beni in trust prevedendo la destinazione degli avanzi di gestione liquidatoria alla soddisfazione dei creditori delle altre società insolventi, di modo che gli interessi del ceto creditorio complessivo delle società siano assicurati al meglio. Poi, il tribunale ha considerato revocabile (e ha revocato) il negozio ma questo è un altro discorso…


  17. Trib. Roma 20/7/2017 e trasformazione di s.r.l. in trust

  18. Un passo indietro nel riconoscimento della legittimità della trasformazione di una s.r.l. in un trust, spinto dalla dottrina notarile che più ha approfondito il tema. Peraltro, a gennaio del 2017, la Commissione Provinciale Tributaria di Roma, si era pronunciata a favore del contribuente che aveva richiesto l’applicazione delle imposte fisse su analoga operazione, comprensiva di beni immobili. Uno degli argomenti usati dal Tribunale di Roma, quello dell’assenza di soggettività del trust, è reso irrilevante dalla liceità della trasformazione di una società in comunione d’azienda. Credo che l’unica ipotesi da considerare negativamente sia quella in cui la trasformazione di una società insolvente intenda perseguire nella sostanza gli stessi obiettivi (vietati) del trust falsamente liquidatorio.


  19. Trib. Modena 6 novembre 2017 sull’efficacia verso i terzi della clausola di proroga di giurisdizione

  20. In controtendenza, a dir poco (e in contrasto con un solido orientamento della Cassazione) il Tribunale di Modena riconosce l’efficacia verso i terzi della clausola di proroga delle giurisdizione di un trust. Ha così dichiarato l’incompetenza del giudice italiano a decidere sull’azione di nullità di un trust proposta da una banca, rimettendola al giudice sanmarinese (secondo la legge regolatrice prescelta). Ci sono vari motivi per escludere l’opponibilità della clausola, non ultimo, per i creditori, l’articolo 15 della Convenzione dell’Aia. Avrà psicologicamente inciso la circostanza che per gli attori della causa si trattasse solo di intraprendere una scampagnata in macchina (blocchi auto permettendo) verso il centro Italia invece che di prendere un volo per la Nuova Zelanda? Possiamo ipotizzare, per il futuro, un’opponibilità condizionata all’apertura di uno scalo Ryan Air nel paese anglosassone del quale è stata adottata la legge regolatrice?


    LE AGEVOLAZIONI PRIMA CASA E LA RESIDENZA FAMILIARE

    Il caso esaminato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza 22023 del 21 settembre 2017 è del seguente tenore:

    1. I coniugi A e B acquistano con le agevolazioni di prima casa un immobile sito in un Comune diverso dalla loro residenza. Essi, a termine di legge, dichiarano che otterranno la residenza nel termine di diciotto mesi.
    2. Nel corso dei 18 mesi, prima di trasferirsi nella casa comune, i due si separano.
    3. A seguito degli accordi di separazione, A trasferisce a B il suo mezzo e successivamente prende la residenza nella nuova abitazione, ovviamente da solo.
    I problemi sarebbero due:
    • La decadenza di A dalle agevolazioni fiscali per rivendita nel quinquennio. Si tratta di questione da tempo inquadrata, anche da parte dell’Agenzia delle Entrate, come inapplicabile nel caso di separazione.
    • Il mancato trasferimento di A nel termine di 18 mesi, che provocherebbe la revoca del beneficio. E’ questa una fattispecie inedita in giurisprudenza, che coerentemente la Cassazione ha risolto con lo stesso criterio del problema precedente, escludendo la revoca del beneficio.
    Di particolare interesse è l’argomento usato dagli ermellini: il riferimento a una “residenza familiare” che sarebbe il vero punto di riferimento della norma.

    In altre parole, anche se entrambi i coniugi assumono l’obbligo di trasferire la residenza, rimane fermo il fatto che essi sono liberi di avere due residenze anagrafiche diverse purchè fissino una residenza familiare. Già in passato (Cass. 13334/2016) la Cassazione aveva richiamato in proposito l’articolo 144 c.c.( “I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiaree fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa …”) e asserito che “… il metro di valutazione dei requisiti per ottenere il beneficio deve essere diverso in considerazione della presenza di un’altra entità, quale la famiglia”. Se pertanto solo uno sposta la residenza nella casa, quel che conta è che essa sia effettivamente il luogo dove si svolge la vita familiare. Per citare testualmente l’ordinanza: “il requisito della residenza va riferito alla famiglia, per cui ove l’immobile acquistato sia adibito a tale destinatone non rileva la diversa residenza di uno dei due coniugi che abbiano acquistato in regime di comunione”, e non sarà legittimo per l’Ufficio il recupero di metà dell’imposta.

    E’ singolare il richiamo alla residenza familiare per un caso in cui la famiglia è in via di dissoluzione: insomma, l’accostamento non pare del tutto pertinente. E tuttavia la decisione ha due pregi, quello di continuare a impedire revoche dei benefici e decadenze per situazioni analoghe alla forza maggiore, quali sono le separazioni e i divorzi (per le quali del resto, quando contemplano trasferimenti immobiliari, esiste un consistente favor tributario che contempla l’esenzione da imposte) e quello di ribadire un orientamento ormai in via di consolidamento, ovvero la sussistenza in capo a un solo coniuge dell’obbligo di spostare effettivamente la residenza (conformi Cass. 13334/2016; Cass. 25889/2015; Cass. 23225/2015). Rimane certo da domandarsi che senso abbia, una volta escluso che uno dei due coniugi abbia l’obbligo di trasferirsi, imporre in caso di comunione legale che entrambi debbano possedere i requisiti per le agevolazioni di prima casa.

    E in effetti, mentre questa è la pretesa dell’Agenzia delle Entrate che riconosce i benefici solo al 50% (in capo al coniuge che possiede i requisiti), la Corte di Cassazione (15426/2009) è orientata diversamente, qualificando l’acquisto in capo al coniuge pre-possidente come un mero effetto di legge più di una dichiarazione di volontà resa al momento dell’acquisto.

    Alla luce delle argomentazioni sulla residenza familiare, tuttavia, ci sarebbe da domandarsi se davvero la totalità del beneficio fiscale, in assenza dei requisiti per uno dei due, possa sussistere solo per i coniugi in comunione legale: se rileggiamo la normativa alla luce delle ultima decisioni della Cassazione la sequenza che ne scaturirebbe dovrebbe essere: 1) è sufficiente che solo uno dei due coniugi trasferisca la residenza nel Comune 2) siccome il trasferimento nei 18 mesi è uno dei requisiti, si ricava che non debbano per forza sussistere gli altri requisiti e cioè che le agevolazioni spettino per intero anche se uno solo dei coniugi non ha altre case di proprietà, acquistate con agevolazioni o di proprietà esclusiva nello stesso Comune 3) prospettare tale esito solo per i coniugi in comunione dei beni determina un profilo di incostituzionalità a danno delle famiglie che hanno adottato il regime di separazione dei beni.

    Suggerito questo percorso di riflessione e ipotesi operativa, bisogna comunque ricordare che attualmente il risultato potrebbe essere raggiunto solo in via contenziosa, stante che pure sulla concessione delle agevolazioni ai coniugi in comunione dei beni quando uno solo dei due è in possesso dei requisiti la posizione dell’Agenzia delle Entrate non ha ancora recepito il favor per il contribuente manifestato dalla giurisprudenza di legittimità.

    VIDEO - VINCOLI DI DESTINAZIONE E TRUST TRA CASSAZIONE E TASSAZIONE

    Vincoli di destinazione e trust tra Cassazione e tassazione. Remo Bassetti, notaio a Torino, ha realizzato questo video per fornire a coloro che sono interessati un ampio documento esplicativo sull'argomento dei Vincoli di destinazione e dei trust e le implicazioni con la Cassazione e il livello di tassazione correlato. La protezione del patrimonio passa attraverso un attenta analisi degli strumenti di cui disponiamo.

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    DONAZIONI, TRUST, FONDI PATRIMONIALI ALLA LUCE DELL'ARTICOLO 2929 BIS

    Non è un buon anno per i trust e gli atti che vincolano beni immobili? Dopo le discusse posizioni della Cassazione è entrata in vigore, addirittura per decreto legge, il d.l. 83/15, una nuova norma nel codice civile, che viene riportata in calce a questo scritto e che inverte i rapporti di forza tra creditori e debitori nella contesa processuale. Dal 27 giugno, infatti, in forza del nuovo articolo 2929-bis, i creditori "anteriori" potranno agire mediante esecuzione forzata sui beni dei loro debitori anche se costoro ne hanno disposto a titolo gratuito o vi hanno apposto un vincolo di indisponibilità, a condizione che tale azione venga promossa entro un anno dalla trascrizione dell'atto. Non ci sarà quindi più bisogno dell'azione revocatoria per rendere preventivamente inefficace tale atto nei confronti del creditore procedente.

    Più precisamente, questo è quanto può accadere:
    1. una persona dona o trasferisce a mezzo di trust un bene, o sullo stesso costituisce fondo patrimoniale o vincolo di destinazione;
    2. un suo creditore, che alla data dell'atto sia già tale, nell'anno successivo alla trascrizione può, munito di titolo esecutivo, trascrivere il pignoramento e procedere a esecuzione forzata;
    3. nel pignoramento possono insinuarsi altri creditori, ma solo se anteriori a loro volta;
    4. il debitore può proporre opposizione all'esecuzione (quindi l'onere della prova è spostato su di lui) dimostrando l'inesistenza del pregiudizio per il creditore o l'assenza di sua consapevolezza circa la sussistenza di tale pregiudizio.

    É evidente come il quadro sia radicalmente cambiato, dato che in precedenza il creditore che si sentiva leso da un atto di alienazione, anche solo gratuita, doveva far ricorso a un'azione di revocatoria e quindi provare (lui) l'esistenza del pregiudizio.

    Ora, si può e si deve discutere in termini di principio sull'equilibrio di una norma simile e sulla presunzione di frode che introduce (sulla falsariga di un sistema giudiziario che purtroppo si sta connotando sempre più in questo senso), e anche della dubbia costituzionalità di un decreto legge che modifica il codice civile, consentendo a qualcuno di incidere sulla sfera patrimoniale di un terzo senza passare per un giudice. Ma non si può negare che il legislatore ha risposto a un tipo di esigenza equitativa che ultimamente ha orientato anche la giurisprudenza, specie quella della Cassazione: una grande quantità di donazioni, vincoli, trust, fondi è stata messa in piedi nemmeno per impedire la soddisfazione delle pretese del creditore (tanto questo scopo, a fronte di un inequivoco debito pregresso, non lo raggiungeva comunque) ma anche semplicemente per ritardarle mediante azioni ostruzionistiche. Se si parla di trust, alcuni cassati dalla giurisprudenza quasi suscitano tenerezza per quanto fossero mal costruiti nel momento sbagliato: ma se parliamo poi dei fondi patrimoniali possiamo dire che la legge aggiunge ben poco di nuovo sul piano della prassi, visto che la Cassazione si sta ormai orientando ad aggirare l'ostacolo dell'azione revocatoria facendo rientrare qualsiasi debito, anche quello legato all'attività lavorativa, nell'ambito dei "bisogni di famiglia" (e quindi mettendolo di fatto a disposizione anche dei creditori successivi: effetto ben più annicchilente che rende piuttosto ridicoli, disinformati e retrò i commenti di chi definisce questa legge come una sorta di abrogazione del fondo patrimoniale). Sul punto rimando al mio video di oltre un anno fa Il declino del fondo patrimoniale.

    La verità è che si è introdotto uno strumento di speditezza processuale anticipando un risultato che, nella maggior parte dei casi, si sarebbe egualmente verificato. Già da tempo il "mercato" degli operatori del settore si divide tra i cialtroni, che istigano i debitori ad atti inutili, e i giuristi qualificati, che sanno quando è il caso di consigliare al cliente di mettere da parte i soldi per pagare i debitori invece di intascarseli loro. La nuova legge spazzerà via i primi, e questo non è un male La protezione del patrimonio è uno strumento essenzialmente preventivo che va usato per tempo. E anche fatto confezionare secondo perizia, dato che se un trust risultasse artificioso (o anche non "evolvesse" dal movente della protezione patrimoniale, che non costituisce un elemento causale sufficiente) potrebbero discenderne profili di nullità o simulazione che esporrebbero il bene alle pretese dei creditori successivi.

    Si deve rilevare, tuttavia, come l'effetto tranchant delle retata rischi effettivamente di trascinare sul fondo anche situazioni collocate nella zona grigia, che meriterebbero una tutela più appropriata del debitore. Vi sono casi in cui è opinabile il momento cronologico del debito o altri in cui la circostanza che il debito sia meramente di garanzia rendono abnorme che il debitore venga posto, senza mediazione giudiziaria, nella posizione di soggetto passivo di un'esecuzione. Questa volta, dunque, la giurisprudenza sarà chiamata a una lettura equitativa in senso inverso, e cioè a valutare in determinati casi con una certa larghezza i motivi che giustificano l'opposizione all'esecuzione. Devo anche aggiungere che, probabilmente, in alcuni di questi casi la brevità del termine annuale (trascorso il quale riprenderà a decorrere il termine per la revocatoria) fungerà comunque da argine. E, soprattutto, che la posizione protetta non è quella di qualsiasi creditore ma di colui che è munito di titolo esecutivo, vale a dire un credito che emerga da un atto pubblico o da una scrittura privata autenticata. Se si tratta invece di scrittura privata il titolo esecutivo deve provenire dall'autorità giudiziaria, che quindi (sia pure con modalità diverse che se fosse in gioco l'azione revocatoria, mancando la discussione sul merito) viene a "filtrare" l'azione del creditore, specialmente nel caso che non venisse concessa la provvisoria esecuzione.

    Infine, va richiamata l'attenzione sul fatto che, ad onta dell'apparente universalità della categorizzazione emersa dai primi commenti (tutti i trust, tutti i vincoli ecc.) quando si è fuori dallo stretto campo della donazione bisogna andare a esaminare la natura e la causa concreta dell'atto compiuto. Ad esempio un trust solutorio o un vincolo di destinazione a titolo oneroso (quale si ritiene possibile dalla prevalente dottrina) non sarebbero toccati dalla presente normativa.


    Al codice civile, dopo l’articolo 2929 e’ inserita la seguente

    Sezione: Sezione I-bis
    Dell’espropriazione di beni oggetto di vincoli di indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito

    «Art. 2929-bis (Espropriazione di beni oggetto di vincoli di indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito). – Il creditore che sia pregiudicato da un atto del debitore, di costituzione di vincolo di indisponibilita’ o di alienazione, che ha per oggetto beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, compiuto a titolo gratuito successivamente al sorgere del credito, puo’ procedere, munito di titolo esecutivo, a esecuzione forzata, ancorche’ non abbia preventivamente ottenuto sentenza dichiarativa di inefficacia, se trascrive il pignoramento nel termine di un anno dalla data in cui l’atto e’ stato trascritto. La disposizione di cui al presente comma si applica anche al creditore anteriore che, entro un anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole, interviene nell’esecuzione da altri promossa.

    Quando il pregiudizio deriva da un atto di alienazione, il creditore promuove l’azione esecutiva nelle forme dell’espropriazione contro il terzo proprietario. Il debitore, il terzo assoggettato a espropriazione e ogni altro interessato alla conservazione del vincolo possono proporre le opposizioni all’esecuzione di cui al titolo V del libro III del codice di procedura civile quando contestano la sussistenza dei presupposti di cui al primo comma, nonche’ la conoscenza da parte del debitore del pregiudizio che l’atto arrecava alle ragioni del creditore.».


    Per saperne di più sui trust

    Per saperne di più sui vincoli di destinazione

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